Il caso Contador, culminato per ora con l’assoluzione dello spagnolo. Il caso Basso, riammesso dopo due anni con tutti i diritti che merita. Di Luca, rientrato con pena dimezzata dopo una positività. E persino Riccò, che prima di incappare nell’ultimo incidente, era stato accolto a braccia aperte da gruppo e dal professor Sassi in persona.
«Un corridore non è solo numeri – aveva detto Sassi – dietro ogni atleta c’è un uomo che merita di essere capito».
Riccò faceva comodo agli organizzatori si è sentito dire, ma Pantani non faceva comodo a nessuno? E possibile che nessuno noti la differenza fra queste positività e queste ammissioni di colpa e quel semplice caso di ematocrito troppo alto?
Tonina Pantani ha perciò deciso di rivolgere delle domande dirette al presidente della Fci Renato Di Rocco, per farsi una ragione e capire, se è possibile capire, il perché verso suo figlio fu ordita invece una macchinazione di stampa e di inchieste così aspra.
E Di Rocco ha risposto, ammettendo sostanzialmente l’anomalia di quel caso e confermando gli errori che finora erano stati evidenziati soltanto dai tifosi più vicini.
Tonina Pantani - Nei giorni dopo Campiglio, il comportamento nei confronti di Marco a suo avviso è stato corretto o c'è stata una reazione spropositata da parte dell'ambiente e dei giornali?
Renato Di Rocco - "La vicenda di Campiglio, che ha lasciato un solco profondo nell’animo di Marco, si è riversata inevitabilmente anche sui sui tifosi e sul mondo del ciclismo, vista la grandezza del personaggio e proprio per questo Marco ha vissuto un vero e proprio assedio mediatico. Tanto più spropositato in quanto basato, nel caso specifico, su criteri di controllo inadeguati dal punto di vista scientifico".
Tonina Pantani - Lei si sarebbe comportato allo stesso modo, sapendo di avere davanti il corridore più popolare d'Italia?
Renato Di Rocco - "Assolutamente no".
Tonina Pantani - Lei sarebbe andato a parlare con Marco, per cercare di capire o semplicemente fargli sentire la vicinanza della Fci?
Renato Di Rocco - "Sono sempre più convinto che il dialogo costruttivo, nel rispetto della persona, sia il modo migliore di comprendere l’individuo. Il dialogo è crescita, continua e costante".
Tonina Pantani - Crede che la Fci lo abbia tutelato? Avrebbe dovuto farlo oppure non era suo compito?
Renato Di Rocco - "La Federazione Ciclistica Italiana ha il dovere di tutelare l’atleta ed i suoi diritti in quanto individuo, ma anche l’obbligo di analizzare, verificare ed andare a fondo di qualsiasi vicenda".
Ma questo non fu fatto. Nessuno si prese la briga di approfondire il discorso, tutelare l’individuo, neppure sei mesi dopo quando alla luce della nuova normativa in tema di controllo della salute, si scoprì che Pantani non sarebbe stato da fermare.
Tonina Pantani - Crede sia stato giusto da parte del presidente Ceruti venire a casa di Marco a chiedergli di confessare?
Renato Di Rocco - "Non credo comunque giusto qualsiasi tipo di confessione coercitiva. Eppoi sono assolutamente contrario alla confusione di ruoli".
Tonina Pantani - Sa spiegarsi per quale motivo a distanza di tanti anni ci sono reazioni diverse e più pacate verso atleti trovati positivi?
Renato Di Rocco - "Non parlerei di reazioni diverse, ma di diverse situazioni, diversi atleti, diverso modo di fare sport ed anche informazione".
Tonina Pantani - Quando, da uomo di ciclismo, entra in un bar e legge o sente che Pantani a Campiglio fu fermato per doping pensa sia giusto oppure sente la volontà di spiegare?
Renato Di Rocco - "Il punto è che Marco non fu fermato per doping, ma a fini cautelari per la salute in base a valori approssimativi dal punto di vista scientifico allora stabiliti. L'errore fu impostare su questa vicenda una campagna antidoping assolutamente demagogica e senza riscontri di contrasto effettivo. Così si è dato al sospetto il valore di prova. Ma su Marco l'ultimo giudizio l'ha dato la gente, ricordandolo come il “Pirata” che si alza sulla sella, getta la bandana a terra e si prepara all’ultimo chilometro in salita, la sfida più dura".
Tonina Pantani - Crede sia giusto da parte nostra voler fare luce su quel controllo?
Renato Di Rocco - "Non credo sia giusto avere dei rimpianti per qualcosa che non si è fatto, a maggior ragione se si ha la volontà di procedere in un campo così delicato con rigore, in base a prove di fatto, riscontri e confessioni".
Ma i rimpianti non si possono impedire. Così come non si può impedire a una famiglia di voler vedere più chiaro in una vicenda in cui stampa e federazione agirono contro l’atleta, mentre il suo stesso entourage si dimostrò incapace di gestire una vicenda che sarebbe stata governabile nelle settimane successive e invece si trasformò in un dramma senza via d’uscita.
Tonina Pantani - Crede sia giusto da parte nostra chiedere giustizia, visto che quel controllo sei mesi dopo fu cambiato e con la normativa di oggi Marco non sarebbe stato fermato?
Renato Di Rocco - "Per la normativa e i criteri allora in vigore, lo stop era inevitabile. Semmai, bisognava avere maggiore cautela prima di approvarli e soprattutto, non strumentalizzare dopo le conseguenze del tutto prevedibili".
Tonina Pantani - Quale crede sia stato il ruolo di Pantani nella crescita del ciclismo?
Renato Di Rocco - "Marco Pantani era il ciclismo. Ha suscitato emozioni che non si vivevano da anni. Grazie alla continua attività della Fondazione a lui dedicata, Marco avrà sempre un ruolo nella crescita del ciclismo".
Tonina Pantani - Di fronte alle critiche degli anni dopo, il fatto che al Giro d'Italia e al Tour de France ci siano ancora moltissimi striscioni che lo ricordano le fa pensare che Pantani fosse davvero il diavolo oppure che nei suoi confronti ci sia stata una campagna mediatica eccessiva?
Renato Di Rocco - "Marco Pantani è ricordato dai suoi tifosi per le straordinarie imprese che nessuno potrà mai cancellare".
Una federazione, di cui Di Rocco pur non faceva parte, che non tutelò Pantani, quindi il ciclismo.
Un presidente federale, Ceruti, che tentò di estorcere una confessione.
Un controllo che non andava approvato, perché avrebbe inevitabilmente innescato delle strumentalizzazioni.
Nello stesso giorno in cui il Tas recepisce le istanze dell’Uci e condanna a due anni Pellizotti, che il tribunale antidoping italiano aveva assolto, si fa largo il dubbio che troppo spesso l’istituzione condanni l’uomo per difendere le sue istanze.
Fu così anche con il Pirata. Mai l’Uci avrebbe ammesso che quel controllo era imperfetto e mai lo farà. Che il presidente della Fci Di Rocco, che per giunta è anche vicepresidente dell’Uci, abbia accettato di parlarne non può che essere spinta ulteriore verso la ricerca della verità. La gente invece, quella che sulle strade aspetta ancora il suo capitano, la verità l’ha sempre conosciuta.